Viveva nella nostra cascina alle porte di Milano uno straordinario personaggio di nome Ruben. Ho detto “viveva”, ma il termine non rende compiutamente il senso di appartenenza alla famiglia di un uomo che aveva lavorato (o “servito” come allora si diceva), per mio nonno, mio padre e infine per me e mio fratello. Non era solo un salariato, era di più: un simbolo della cascina, un’immagine del paesaggio.

Non aveva casa, dormiva nella stalla su un letto di paglia e il suo guardaroba era appeso a tre chiodi infissi nel muro.

Ruben era una persona particolare: sempre sereno e allegro, mai coinvolto nelle discussioni o nei litigi che nelle cascine erano frequenti. A tutti dava del tu, mentre a me, che ero un ragazzetto, dava del “lei” mettendomi in imbarazzo. Quando non lavorava, Ruben leggeva moltissimo, soprattutto libri di storia; si divertiva poi a far domande ai ragazzi di campagna e se qualcuno non sapeva rispondere lo apostrofava con un “ti te se gnurant”.

Il suo rito settimanale Ruben lo celebrava con il pranzo della domenica all’osteria mangiandosi un intero pollo arrosto innaffiato da un bottiglione di buon vino.

Il vino per lui, come per molti a quei tempi, era un amico insostituibile e consolatorio.

Ma Ruben era anche uomo di spirito e raffinata arguzia. Una domenica arrivò in cascina un suo nipote, con il vestito della festa, per chiedere allo zio in quale banca tenesse i suoi risparmi.

Io non ho una banca – rispose Ruben – e i soldi li ho consegnati ai due osti di Morsenchio: vai a chiederli a loro.

Il nipote, non rendendosi conto di essere stato preso per il bavero, fece il giro dei due osti sentendosi rispondere che lo zio i suoi risparmi li aveva “investiti” in polli e vino.

Agli inizi degli anni ’60, quando furono espropriati i terreni che avevamo in affitto, la cascina fu abbattuta e Ruben, rimasto senza il suo letto di paglia, fu costretto a sistemarsi in una baracca di legno senza riscaldamento.

Mi si stringeva il cuore a vederlo in quelle condizioni e mi ero riproposto, appena le mie finanze, allora scarse, me lo avessero consentito, di procurargli un letto caldo. Purtroppo non ho fatto in tempo perché un giorno, uscendo dal lavoro, acquistai un giornale della sera con un titolo agghiacciante: “Barbone muore assiderato nella sua baracca”. Era Ruben. Ho sempre sentito il dovere di ricordarlo e con lui tutti quelli che hanno vissuto di stenti, ma con dignità, accontentandosi senza lamentarsi di quel poco che la vita aveva loro riservato. E nel 2014 ci sono riuscito.

 

Ernesto Pellegrini